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Flavio Roddolo, il vignaiolo che vuoi incontrare in Langa

Flavio Roddolo è il vignaiolo che vuoi incontrare in Langa perché è un contadino testardo e di buon cuore, uno che si fa attendere perché deve finire il lavoro in vigna e che poi trascorre tre ore con te a chiacchierare facendoti assaggiare i suoi vini. Uno che il vino lo sa fare. Un vino intenso, profondo,  sospeso tra una Langa che c’era e una Langa che resta.

Un vino che dentro ha un padre e la storia di un figlio cresciuto tra una campagna e una cantina.

Arriviamo sulla collina con un un po’ di ritardo, per strada abbiamo provato un paio di volte a chiamare non tanto per avvisare del ritardo quanto per accertarci che Flavio Roddolo si ricordi del nostro appuntamento, preso o meglio strappato a fatica qualche giorno prima. Il telefono squilla a vuoto. Nel piazzale antistante la casa non c’è nessuno, a parte un coniglio nano in una gabbia. Giovanni resta in prossimità dell’ingresso mentre io vado sul retro, verso le vigne, da dove provengono dei rumori. Incontro un ragazzo che sta sistemando degli attrezzi e gli chiedo del signor Roddolo. Me lo indica. È in mezzo alla vigna, sul trattore. Mi dice di aspettarlo, così chiamo Giovanni e ci mettiamo li, un po’ intimoriti, ad aspettare. Roddolo arriva, ci guarda, in silenzio. Ci presentiamo e gli diciamo che avevamo chiamato per fare una visita della cantina. Lui per un momento sembra cercare nella memoria la nostra telefonata, qualche monosillabo senza scendere dal trattore. “L’ho dimenticato”… Comunque acconsente a farci fare un giro e una degustazione ma prima deve finire il lavoro. Così rigira il trattore e riparte. Lo vediamo allontanarsi tra le vigne e restiamo ad aspettare.

Roddolo_Lafillossera

E aspettiamo.

Dopo una ventina di minuti torna. Scende dal trattore e si avvia verso la porta di ingresso. Lo seguiamo restando un po’ indietro. Apre la porta, sta per entrare, si gira appena e ci dice di aspettare li. Entra e dopo pochi minuti esce, si è tolto la tuta e il cappello. Inizia così la nostra visita. La cantina, un piccolo locale seminterrato con bottiglie vecchissime e un pezzo di cartone sul quale con un pennarello è stato scritto “non sono in vendita”. Mi dice che è per questioni burocratiche, perché se viene un controllo lo possono multare: quelle bottiglie le ha messo lui li molto tempo prima e prima di lui suo padre e loro non immaginavano che sarebbero rimaste li così a lungo e così non ci sono sui registri. Chiunque altro avrebbe inventato una emozionante storia intorno a quel cartello, come quella che potrei scrivere io con un po’ di impegno, ma quella di Roddolo è una poesia pratica, composta da poche parole semplici.

Scendiamo nel locale sotterraneo dove ci sono le barrique. Sono barrique vecchie, le usa solo come contenitore, perché fa poco vino e le botti sarebbero troppo grandi e poi perché le ha sempre usate e gli vanno bene. Gli raccontiamo di quando al Vinitaly ci hanno fatto assaggiare dei vini “affinati” con chips al caffè e lui si mostra molto curioso, ci chiede come erano i vini. La curiosità è uno dei tratti che lo contraddistingue. Una curiosità senza pregiudizi, lui ogni tanto fa delle prove, perché le cose bisogna provarle per capirne gli effetti . E’ stato anche al Vinitaly in passato, lo hanno trascinato gli amici vignaioli, ma ci dice con tono ironico “non lo so che cosa ci sono andato a fare”.

Torniamo fuori, ci racconta le vigne che sono tutte li davanti la casa cantina.

Rientriamo in casa in un ampio e disordinato salone. Ci accomodiamo a un lato del grande tavolo in legno e Roddolo prepara i vini e due calici. Lui non beve. Per lui il vino è ancora un alimento e pertanto le bottiglie che apre con i visitatori poi le beve durante il pasto. Non ci presenta i vini. Comincia solo a versare il primo. Non ci chiede cosa ne pensiamo.

A me il vino piace. Mi piace assaggiare vini diversi, mi piace farmi un bicchiere in compagnia e, qualche volta, anche da sola. Ma il vino è solo una delle tante cose che mi piacciono e non è la mia più grande passione. Anzi,  a volte, mi annoio durante le visite nelle cantine, un po’ perché ormai molte cose le so, un po’ perché le storie intorno al vino le ho raccontate anche io per lavoro e so che non tutto quello che si dice corrisponde sempre al vero, ma soprattutto perché per me il vino è un mezzo e non un fine. È un mezzo per conoscere un luogo, uno strumento per favorire la conversazione, per allietare un pasto e un tramite per stimolare la memoria personale e i sensi.  Quindi, io, con Roddolo mi trovo proprio bene, stiamo li e mentre assaggiamo i suoi vini trascorrono due ore e parliamo di tutto, tranne che dei vini.

Lui, che all’inizio sembrava così reticente a parlare, adesso invece comincia a raccontarci il suo lavoro e la sua vita, che in fondo sono la stessa cosa. Non si è sposato, non ha figli, vive solo, il suo lavoro è tutto quello che ha e i vini sono i suoi figli. Quando era ragazzo dopo il lavoro in vigna il padre gli chiedeva di terminare la giornata in cantina. Lui ci andava ma controvoglia.  Avrà circa settanta anni e le mani sono grosse e segnate dalla fatica ma basta guardarlo negli occhi, stretti e vivaci, per percepire in lui una tempra e una curiosità giovanili. Non faccio fatica a immaginarlo adolescente, voglioso di andare la sera in paese a divertirsi dopo una giornata di lavoro e invece costretto a starsene chiuso in cantina a seguire il padre nelle varie attività. Con gli anni, ci confessa, quella costrizione non solo l’ha capita ma ne ha anche riconosciuto il valore. L’esperienza è tutto dice. Oggi ci sono i tecnici, gli enologi (che lui chiama “ i chimici”) e l’agricoltura è cambiata. Ma la tecnica serve quando manca l’esperienza. Fare vino significa fare attenzione a tanti fattori che da soli possono sembrare solo dettagli ma che alla fine risultano fondamentali per ottenere un buon prodotto. Quando si lavora bene, quando si conoscono la vigna e l’uva, si asseconda il clima e si seguono i ritmi naturali non c’è bisogno delle misure correttive, ovvero degli interventi enologici in cantina. A volte è necessario correre dei rischi e soltanto chi ha esperienza può correre un rischio calcolato. Il tecnico, responsabile esterno e asettico, spesso non si assume la responsabilità di un esito incerto e così evita di correre rischi. Il vino è per i duri!

Gli chiedo come mai non si sia sposato. Mi racconta che il padre nel ’68 si è ammalato e per lui il lavoro è diventato ancora più impegnativo. Certo, ha scelto di restare, ma come in ogni scelta la Vita ci mette del suo. I suoi tre fratelli sono andati via, ciascuno per la loro strada, si sono sposati, hanno avuto dei figli e nessuno di loro si è mai interessato alla vigna, anzi lo hanno anche osteggiato. Lui è rimasto, a occuparsi del padre e di tutto quello che il padre gli aveva insegnato essere un valore. Il tempo è passato, forse troppo in fretta. Il 1989 è l’anno in cui muore il padre e insieme l’anno in cui imbottiglia le sue prime cinquecento bottiglie. Un passaggio di consegne completo e definitivo. Un destino, ma anche un volerci stare a tutti i costi, in mezzo alla terra con la testa e con il corpo, con l’esperienza ereditata e con tutta quella ancora da fare.  Intorno le cose cambiano, persino il sole, dice Roddolo, sembra che costi meno, il Barolo si fa più robusto e a volte c’è bisogno di andare a occhio. Ma, l’occhio, deve essere il suo!

Flavio Roddolo ha un viso intenso, serio, attento. Ci chiede che lavoro facciamo, se operiamo nel mondo del vino. Giovanni gli spiega che lavora in un settore che con il vino non c’entra niente ma che è nato in mezzo alle vigne e che fare e bere vino è sempre stato naturale per lui. Io gli confido che se la prima volta che Giovanni mi ha vista non avessi avuto addosso la divisa da sommelier probabilmente non mi avrebbe chiesto di uscire e allora Roddolo il “burbero” si fa una bella risata. Gli brillano gli occhi. Perché, a quelli che hanno il volto serio, quando sorridono si illuminano gli occhi e si distendono i lineamenti del viso, così che la loro risata risulta più incisiva  e affascinante.

I vini

Roddolo ci racconta che il Dolcetto è un vitigno difficile, delicato, “patisce tutto” e azzarda l’ipotesi che molto del Montepulciano d’Abruzzo che in passato arrivava in Piemonte (per via traverse, si intende) finisse proprio nel vino Dolcetto. Sembra anche essere il vino che ama di più, ma questa è solo una mia supposizione; sicuramente è quello che lo ha resto noto. I ragazzi che poi sarebbero diventati i fondatori del movimento Slow Food in Italia, giunsero nella Cantina di Roddolo proprio per assaggiare il suo Dolcetto, mandati da Beppe Rinaldi e lo convinsero a imbottigliarlo.

Noi assaggiamo il Dolcetto 2013. Profumi intensi: fiori rossi e violetta su tutti, foglia di tabacco, stecca di cannella, noce moscata, chiodo di garofano e pepe verde. Al palato ha il gusto di un desiderio che si realizza. Il dolcetto superiore 2012 è più potente, con un tannino incisivo e un corpo avvolgente. Profuma di un bosco dopo una notte di pioggia.

Passiamo alla Barbera d’Alba 2009. Naso intenso e poco definito, oscuro. Si concede solo nel cavo orale dove regala una inaspettata leggerezza per il tannino delicato e la spiccata freschezza.

Il Nebbiolo d’Alba 2010 è ampio e profondo. Ricorda i fiori secchi, la scorza d’arancio, il fieno, l’erba appena tagliata, il tabacco. Tannico e persistente.

Il Barolo 2010 è una storia tutta ancora da scrivere.

Spunta fuori anche una bottiglia senza etichetta. L’ha ritrovata in cantina. “Ogni tanto salta fuori qualche bottiglia” ci dice Roddolo. Si tratta di un bianco ottenuto da uva favorita, del 2003 o del 2004, non lo sa con esattezza. Questa bottiglia è stata fatta per autoconsumo (fare bianchi non è il suo mestiere, ci racconta, perché ci vorrebbero attrezzature apposite che non ha e poi non gli interessa più di tanto, lui fa vino rosso). Una goccia d’oro nel calice, con un naso ricco che ricorda le vendemmie tardive mentre in bocca conserva acidità e pulizia inaspettate.

Mentre terminiamo la nostra degustazione arrivano altre due coppie in cantina. Anche loro hanno un appuntamento, anche di loro Roddolo si è dimenticato. Si lamenta, con un sorriso, che oggi gli facciamo saltare il pranzo, ma credo che in fondo gli faccia piacere ricevere gente.

Informazioni su La Fillossera ()
(Graziana + Giovanni) * Innesti di vino e cultura= La Fillossera. Degustazioni, racconti, viaggi, eventi.

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