Che significa vitigno autoctono?

Autoctono significa letteralmente “della stessa terra”, sinonimo di indigeno, ovvero originario della stessa terra in cui vive. Il suo contrario è Alloctono.

La parola deriva dal latino tardo autochton, dal greco autóchton, composto di auto- ‘stesso’ e chtón ‘terra’.

Autoctono

Il termine entra nell’Italiano moderno intorno all’Ottocento, assumendo connotazioni quasi poetiche, con riferimento a chi è generato dalla sua stessa terra.

Nel mondo del vino troviamo la parola autoctono come aggettivo del vitigno. In senso letterale dovremmo quindi considerare autoctono solo un vitigno il cui primo esemplare sia nato da un seme ospitato nella sua terra natale.

La questione è, però, più complessa. Nella pratica è molto difficile, se non impossibile, verificare la sussistenza di tale condizione. Tanto che alcuni studiosi preferiscono parlare di “vitigno antico”.

Un vitigno può essere considerato autoctono, quindi proprio di un certo luogo, quando la sua presenza è antica, storicamente accertata da tempo, anche sulla base di testimonianze scritte o orali.

Nella definizione di vitigno autoctono c’è un ulteriore elemento di complicazione: la fillossera. Come sappiamo la Phylloxera vastatrix, alla fine dell’Ottocento, provocò la morte di quasi tutti i vigneti europei (e non solo europei) e la scomparsa di molte varietà locali.

Quando ci si trovò ad innestare le nuove piante sul piede americano (l’unico resistente all’afide) varietà poco produttive o meno resistenti vennero sacrificate a favore di quelle più produttive, resistenti alle crittogame e alle malattie e, non di meno, in grado di produrre vini appetibili nei mercati di riferimento dell’epoca. Sulla base di queste considerazioni il concetto di “antico” o autoctono si carica di ulteriori domande.

Molti vitigni oggi considerati alloctoni o “internazionali” erano in realtà coltivati in Italia già prima dell’avvento della fillossera.

In Italia, nonostante la viticoltura intensiva (da reddito) si sia concentrata sul reimpianto delle varietà più produttive e ricercate, sono sopravvissute moltissime specie locali, che negli anni sono state oggetto di recupero.

In questa preservazione della biodiversità hanno giocato un ruolo centrale proprio i contadini. Il grande storico francese Fernand Braudel sostiene che i contadini hanno come missione sociale la conservazione. Questa missione è tanto più forte quanto più si produce per l’autoconsumo.

In diverse zone abbiamo anche viti a piede franco, ovvero non innestate su radici americane. In Italia le troviamo soprattutto sui suoli di origine vulcanica, come l’Etna, il Vesuvio e i Campi Flegrei, ma anche nei terreni sabbiosi, come nelle zone di Ravenna e Forlì e in molte aree della Sardegna. Anche nei vigneti di altura dei vitigni sono sopravvissuti alla fillossera, come ad esempio il Prié Blanc in Valle d’Aosta.

Una definizione che trovo soddisfacente di vitigno autoctono è quella data dal produttore Francesco Paolo Valentini relativamente al Trebbiano d’Abruzzo. Un vitigno che si è “acclimatato” in una zona specifica, anche molto ristretta, tanto da produrre dei vini riconoscibili e tipici rispetto al luogo di origine.

Quando un vitigno è proprio del luogo necessità di minori o nulli trattamenti, in quanto “naturalmente” e culturalmente inserito nel territorio e in grado di resistere meglio alle avversità climatiche e parassitarie cui è soggetta la vite.

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Graziana + Giovanni * Innesti di vino e cultura = La Fillossera. Degustazioni, racconti, viaggi, eventi.

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