Eventi

La memoria delle pietre

Si dice di un cuore che è duro come la pietra ma non sono forse le pietre a scalfirsi, smussarsi, lasciarsi trasportare?! E nessuno ha mai visto come le pietre cambino nel tempo e a seconda del luogo? Forse bisogna essere ignoranti per vedere oltre la loro durezza, occorre camminarle a piedi nudi, tenerle in grembo quando sono bollenti per il giorno acceso e gelide per la notte umida.

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La memoria – particolare di Laura Carraro

Ho collezionato pietre per conservare la memoria storica dei luoghi visitati. Così della Sicilia ho i colori del mare, la canicola di agosto, la sete atavica, i fichi d’india al bordo della strada. Del Trentino conservo i boschi, i funghi, i mirtilli e l’aria fresca della sera. Dell’Abruzzo ho la sua costa bianca, i segreti dei ripari ombreggiati. Da Praga ho portato via il coraggio di Jan Palach e una finestra spalancata sulla notte. Più lontano ancora la scalata al Vulcano Pacaya, i misteri di Nasca, l’ingegneria dei Maya.
Spesso negli anni ho desiderato essere pietra, scivolare su me stessa e restare così adagiata nella pace del silenzio profondo e immobile. Piccola parte poggiata sul tutto.

Il vino conserva l’anima delle pietre. Per questo la mineralità si declina in sensazione tattile. Non interessa che non ci siano basi scientifiche perché non può esserci scienza nella degustazione umana, esperienza soggettiva e quindi non sistematica. Interessa invece andare oltre lo sguardo e l’olfatto per riscoprire il corpo vinoso che si appoggia al centro della lingua. Man mano che ci si allontana dall’infanzia i nostri sensi si affinano e si separano allontanandoci dall’oggetto dell’esperienza. “Non metterlo in bocca” è l’imperativo che ci introduce nel mondo degli adulti. Lo sguardo crea la distanza. Distanza che può diventare seduzione, indubbiamente, ma non senza una audacia che non tutti trovano. A volte, è una piacevole sorpresa avvicinarsi a un calice di vino da creatura a creatura, con la semplicità e il coraggio di chi desidera soltanto conoscersi. Il sapore del vino è quello del luogo. Il luogo è fatto di luce, ombra, pioggia e vento. Di terra e pietra. E il luogo è anche costituito da mani, piedi e menti: è luogo agito. Dall’interazione tra stato e azione origina il suo senso: l’identità e la visione. Diviene paesaggio con una sua cifra stilistica.

Se dal sapore di un vino vogliamo risalire al luogo e allo stile produttivo diamo per assunto il fatto che il vino sia prodotto secondo natura e che l’intervento umano sia complemento dello svolgersi del suolo, del clima, del ciclo della vite. Dovremo andare in un posto specifico e avere davanti il frutto di quel posto che avrà così una sua identità e svilupperà un carattere non rintracciabile altrove con le medesime connotazioni.

“Lavorare con la natura affina la capacità di sentire, rende partecipi lo spirito e le abitudini del contadino, porta alla comprensione profonda dei processi vitali. Alla dimensione più concreta del fare si affianca una dimensione diversa che si allontana dall’aspetto materialistico e si arricchisce di una dimensione più spirituale.
Scopriamo allora una natura diversa fatta di macrocosmi e microcosmi, pulsante di vita ed espressione di molteplicità mai banale. È questa la natura che invita a porsi in ascolto e a considerare ogni gesto agricolo non come fine a se stesso ma partecipe di un ciclo completo.”

La degustazione

Al confine tra Trentino e Alto Adige, il Campo Rotaliano è la pianura alluvionale formata dal torrente Noce: un triangolo di quattrocento ettari, circondato da possenti pareti rocciose. Un terreno sciolto e magro, dalle spiccate capacità drenanti. Pianura protetta dalla montagne, con un clima mite. Qui vivono le vigne di Teroldego di Elisabetta Foradori. Sabbia, ghiaia e ciottoli. Le memorie dell’acqua. Il riverbero del sole sulle pareti rocciose. Il vino è intenso e carnale. Ha intrinseca sensualità: sangue pulsante e verticalità. Unisce la sostanza del corpo e la levità della danza, con un tannino rotondo. Possiede la nota acida del mirtillo, quella dolce del tabacco e lo spessore della china. Prendendo aria si muta, lascia sulla lingua un ritorno selvaggio.

A San Felice, in provincia di Siena. Suoli diversi, tendenzialmente calcarei, con zone pietrose. Un’altra donna di grande personalità lavora i vigneti di Sangiovese: Giovanna Morganti di Podere Le Boncie. Degustare il vino “nuovo” è una non semplice impresa. Questo sangiovese non si concede. Ancora acerbo, racchiude l’irruenza della gioventù, quella capacità di sconvolgere che hanno le parole senza filtri dei ragazzini. Ma possiede il talento per trasformarsi nel tempo, per trovare l’equilibrio tra rusticità ed eleganza. L’astringenza preponderante è una promessa di futuro. In bocca si sentono le radici fresche, una lieve nota ferrosa e un anticipo di speziatura dolce. Rimane nella nostra mente, netto e pulito.

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Liberamente ispirato alla degustazione “Sapore, stoffa e senso del luogo” a cura di Sandro Sangiorgi, svoltasi durante “Naturale, la fiera del vino artigianale” a Navelli (AQ) nel mese di maggio 2016.

Informazioni su La Fillossera ()
(Graziana + Giovanni) * Innesti di vino e cultura= La Fillossera. Degustazioni, racconti, viaggi, eventi.

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