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Vinnatur 2016: le degustazioni dal nord al centro

Quando bevi vini prodotti in modo naturale, senza utilizzo di pesticidi in vigna, senza additivi aggiunti o correzioni fatte in cantina corri un rischio: scoprire che vitigni che hai sempre un po’ snobbato possono dar luogo a vini molto piacevoli e interessanti.

Mi viene in mente quella scena di Sideways nella quale Miles afferma stizzito “Non bevo Merlot!”. Ecco, l’ho detto anche io a Vinnatur: – non bevo Lambrusco. Poi ho assaggiato (controvoglia) i Lambruschi (e non solo) della Azienda Agricola Quarticello. Circa 5 ettari ai piedi dell’Appenino Reggiano. Una serietà inaspettata. Spessore sottile, leggerezza selvatica e piccante. Sarà questo il vero lambrusco o quel frizzantino anonimo che ho trovato in passato su alcune tavole? La scelta naturale qui ha ridato dignità ad un vitigno stuprato dal mercato di massa. Stesso discorso vale per la bonarda e, forse, anche per alcuni vini toscani.

Casa Raia si trova su un promontorio al di sotto della Fortezza di Montalcino. I due viticoltori sono Pierre Jean Monnoyer e Kalyna. Si sono conosciuti e innamorati in Cina; la madre di Kalyna ha acquistato ha acquistato il Podere Scarnacuoia nel 1997, podere a suo tempo selezionato da Tancredi Biondi Santi, ad indicare dove il Sangiovese aveva dato i suoi risultati più profondi. Così il podere e la tenuta ristrutturata (Casa Raia) dal 2007 sono diventati luogo di vita e di lavoro di questa coppia. Qui si producono poche bottiglie e si lavora a mano. La vinificazione è in acciaio e botti di rovere francese. In botti di rovere (sempre francese sottolinea Pierre) nella cantina sotterranea anche l’invecchiamento. Il sangiovese grosso diventa Brunello di Montalcino dopo 4 anni. Profondo ed elegante. Un uvaggio di sangiovese grosso, cabernet sauvignon e merlot, proveniente da vigne del 1997 dopo due anni di affinamento diventa Bevilo, un i.g.t. che contiene nel nome un imperativo che si accetta volentieri e potrebbe declinarsi in una promessa: “lo berrò”, perché il perfetto equilibrio tra i vari vitigni lo rende un vino accessibile e non banale.

“O si fa niente, perché l’uva non è buona per far niente, oppure semplicemente si dice io coltivo per fare il Brunello” ed è austero e complesso il Brunello di Santa Maria, complessità che emerge anche nella non concordanza tra naso e bocca. Quello che non è Brunello è semplicemente Rosso (di Montalcino) ed è semplicemente buono.

Altra espressione del sangiovese, stavolta umbro, è quello della azienda agricola Collecapretta: il Burbero è ottenuto da uve lasciate leggermente appassire in vigna. Note mature e sapore asciutto e deciso. Vigna vecchia, invece, è trebbiano spoletino, note minerali appena accennate che si amplieranno con il tempo. Pronto da bere è il Rossodatavola, uvaggio felice e rappresentativo veramente piacevole.

Sangiovese che vuol farsi bianco è il Tristo Rosso della Cantina Marco Merli, ottenuto con la macerazione carbonica. Il nome Tristo, che nella zona di Perugia sta a indicare una persona scontrosa, difficile, è legato però al trebbiano che, secondo il vignaiolo, è quello che maggiormente appartiene a questo territorio e che lui sente di più appartenergli. Un bianco che, in questa versione, possiede la carica e la struttura di un rosso.

Sono diversi gli uvaggi presentati dai viticoltori. Da ricordare anche quello di Camillo Donati, il Rosso della Bandita: quattro vitigni, ma non è dato sapere quali, soltanto occorre sapere che le quattro uve sono raccolte e pigiate insieme, ciascuna con il suo grado di maturazione. Un vino molto simile a quello che facevano i contadini (e molti ancora lo fanno) quando si diceva bianco per la miscela di uve bianche e rosso per quella di uve a bacca scura. Il vino che rifiuta gli sprechi e raccoglie dentro tutto il territorio, ma anche il vino che unisce uve diverse cercando di trovare un equilibrio e una identità collettiva proprio come una famiglia moderna.

Sempre in zona, a Torgiano, il Sangiovese della Fattoria Mani di Luna. Gli altri vini non mi hanno convinto mentre questo, rustico e ancora un po’ selvatico, aveva un buon nerbo.

La signora Luigia Zucchi dell’Azienda Agricola Rugrà di Tessarolo è instancabile. Ad ogni degustatore o semplice curioso che si avvicina ai suoi vini racconta la storia del Dolcetto dal peduncolo rosso, il Nibiö dalla Picùla Rùsa. Laddove oggi viene coltivato quasi esclusivamente il cortese un tempo, secondo le sue ricerche, veniva coltivato questo nibiö, “che era l’uva più attesa e meglio pagata sul mercato di Novi Ligure, come attestano i mercuriali delle uve dell’Ottocento.” La storia di questo dolcetto è così anche la storia di questa signora determinata, grazie alla quale nel 2007 si è costituita una associazione per la salvaguardia e il recupero del nibio. La denominazione, per il momento, è Monferrato Rosso. Il calice si accende di un rosso intenso e denso. Il naso conserva quasi note ostili ma poi questo vino si spande nelle vene e racconta di fiori e frutti antichi.

Tra Venezia e Vicenza, nella piccola Barbarano si incontra il Tai Rosso (Tocai rosso fino al 2007) imparentato al Grenache francese e, quindi, anche al Cannonau. Definirlo sembra difficile in quanto è un vitigno che ancora più degli altri si esprime con caratteristiche differenti a seconda dell’annata e delle caratteristiche del suolo; è l’uva autoctona più rappresentativa dei Colli Berici. Dal Tai Rosso nasce il Rosso Calbin di Pialli. Vinificato in acciaio e affinato in legno grande per 6 mesi il vino rappresenta l’essenza di questa varietà con il suo frutto rosso intenso e la sua beva.

Piacevole ma ancora incompiuti i vini di Corte Sant’Alda, lo Chardonnay macerato non ha una sua identità ed è più strano che buono. Fruttato e con la giusta morbidezza il Valpolicella Ca’ Fiui.

Il regalo del Veneto è il primo vino naturale che ho degustato e che ogni anno torno ad assaggiare: il Colfondo, un prosecco con un senso. Giallo carico, fresco e con un gusto pulito e riconoscibile. Viene mantenuto sui lieviti “sur lie” per sei mesi e non è filtrato. In questo modo aumenta anche la sua longevità. Molto interessante il Colfondo vinificato in anfore di terracotta. C’è anche un Colfondo rosso, Raboso in purezza ottenuto con macerazione carbonica. Piccoli frutti rossi, gusto asciutto e fresco con un tannino integrato ma percepibile. 

Come avevo precedentemente affermato, non abbiamo solo chiacchierato a Vinnatur 2016 – Roma ma anche assaggiato molti vini e c’è ancora molto da scrivere…

Informazioni su La Fillossera ()
(Graziana + Giovanni) * Innesti di vino e cultura= La Fillossera. Degustazioni, racconti, viaggi, eventi.

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