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La terza volta è quella giusta a Navelli

Tre anni fa la prima volta a Navelli, in provincia de L’Aquila. Una cinquantina di produttori di vino disponibili ad incontrare un pubblico di appassionati. Un evento a misura d’uomo e di donna, troppo “piccolo” e troppo poco anonimo per definirsi genericamente Fiera. La prima volta è attrazione e curiosità, la seconda volta serve a capire meglio. La terza volta conosci tutti i produttori presenti, hai sviluppato una capacità critica maggiore e finalmente ne esci soddisfatto e incredibilmente “sobrio” pronto a tirare le somme. La location dell’evento è straordinaria: l’antico Palazzo Santucci che domina il borgo di Navelli; i produttori hanno a disposizione un semplice banchetto ma l’acqua, il pane, il ghiaccio, non mancano mai e le sputacchiere vengono svuotate con sorprendente regolarità. Il chiostro interno del Palazzo, allestito con poltrone e tavolini costruiti con pallet riciclati, simboleggia bene lo spirito conviviale e informale della manifestazione. Occorre approcciarsi con mente rilassata, togliersi il cappello del degustatore saccente e aprire i sensi.

Questa è la storia di quello che ci è piaciuto di più.

Come da tradizione si comincia con qualche bolla e la tappa da Le Caves De Pyrene è d’obbligo: Domaine des Roches Neuves – Saumur – Bulles de Roche è l’apertura che soddisfa. Ricordo il commento della mia bisnonna al termine del pranzo di Natale durante il quale avevo presentato il mio compagno di allora “gn si po’ dic nind” ovvero non c’è assolutamente nulla da eccepire. Ecco: lo stesso commento, in versione abruzzese, che rende meglio, va bene anche per questo francese di Saumur.

Leone X nel suo Exurge Domini condannò Martin Lutero dicendo: “un cinghiale ha invaso la tua vigna” e non so perché ma, a me, questa immagine fa pensare ad Aurelio Del Bono. Focoso e di sostanza, come i suoi spumanti. Casa Caterina è sempre una esperienza imprescindibile, ossidazione alla francese e lunghissime permanenze sui lieviti. Complessi, cremosi e dalla personalità dirompente: su tutti il Rosè Classic Brut 2004.

“La vigna sente, la vigna capisce” – dice Franco Terpin, per questo bisogna lavorare in un clima sereno, senza fretta; tutto deve essere piacere. Nella sua terra, il Collio, al confine con la Slovenia, ci sono vigne e boschi e poco altro. I vini hanno la sua stessa struttura, il suo vigore e il suo carattere deciso e insieme una certa bonaria riservatezza. La Rebula (Ribolla Gialla) è il frutto più autentico di questa terra. Impressiona il Sauvignon, dalle tonalità d’ambra accesa, e lo Stamas rosso che porta il nome della sotto zona del Monte Calvario dove si trovano 3 dei 9 ettari complessivi.

Dall’altra parte dello stivale, a sud, troviamo Giuseppe Gueli e il Nero d’Avola. In tutto cinque ettari coltivati, divisi in due appezzamenti distanti tra loro sei chilometri. Dal terreno calcareo argilloso, ricco di scheletro nasce Calcareus; dal suolo bianco e gessoso, in contrada Rometta, Erbatìno. “Alla fine lasciamo che faccia tutto il territorio. Basta assaggiare il vino per sapere da quale vigneto proviene” ci racconta Giuseppe. Due vini dalla personalità molto diversa, il primo succoso e più morbido, il secondo profondo, dalle note balsamiche, meno intuitivo (la mia scelta). Entrambi sorprendono per la pulizia e la grande finezza.

Lui lo chiamano tutti “Il professore” e certo ricorda quei maestri di una volta, barbuti, colti e un po’ bizzarri. Gaspare Buscemi è un grande ricercatore prima che vignaiolo, determinato da sempre a recuperare e valorizzare la cultura contadina e artigiana. Seguirlo nella degustazione non è semplice, occorrono molta disciplina e pazienza, ma alla fine le papille gustative ringraziano. Il Pinot grigio 2004 esalta come l’Alture Bianco 2004 ottenuto da pinot bianco e tocai friulano. Vini pieni, che nel tempo esprimono la loro parte migliore. Vini unici e non standardizzati perché frutto di una enologia poco invasiva, artigiana, come “quella che ha fatto grandi i grandi vini già molto prima dell’era industriale”.

Pecoranera, per il suo nome, ha la mia simpatia prima ancora di averlo nel bicchiere. La freisa è uno dei più tipici vitigni piemontesi: unisce potenza gustativa e facilità di beva. Qui in uvaggio con barbera, dolcetto e merlot regala un naso di viole, ribes, muschio, liquirizia e inchiostro. Vino da passarci una lunga serata. Proprietario e vignaiolo è Guido Zampaglione, giovane e bello come un eroe gucciniano, napoletano trapiantato in Piemonte e legato indissolubilmente ad entrambi questi territori. In Alta Irpinia vinifica il fiano, i due ettari e mezzo di vigneto si trovano a 800 metri di altitudine su un terreno povero e difficile. Ma Don Chichiotte non si spaventa, tra sogno e incoscienza, la volontà di fare un vino di territorio vince sul resto. Che sia qui in Irpinia o nel Monferrato con la Tenuta Grillo, Guido segue sempre gli stessi principi: basse rese, lunghe macerazioni, concimazioni naturali con solo utilizzo di rame e zolfo e nessun additivo aggiunto.

“Occorre forza fisica ma anche sensibilità e tenerezza, concretezza ma anche capacità di immaginare” dice Andrea Kihlgren. L’azienda di Santa Caterina si trova a Sarzana. Lui i terreni li ha ereditati dalla famiglia materna e ha iniziato a fare il vignaiolo più per senso di responsabilità che per passione, poi ha trovato la sua chiave di lettura della terra che è fatica ma anche avventura e scoperta e ne è diventato umile custode. Ha imparato ad ascoltare l’uva e a vinificare senza scorciatoie e compromessi. I suoi vini sono precisi, equilibrati, completi. Insegnano la semplicità e l’essenzialità e che, a volte, il meno è di più. Del vermentino e dell’albarola, così come degli uvaggi rossi, conviene non perdersi neanche una goccia.

La postazione di Cappellano, nelle volte che siamo passati, lo abbiamo trovato sempre vuoto, ma la cosa ci è sembrata quasi coerente. Il Barolo 2009 era li. Autogestione degustativa. Ogni parola è superflua come per il Barolo Chinato (inventato proprio dal suo avo, il farmacista Giuseppe Cappellano) che crediamo davvero possa non farci invecchiare più.

Navelli si declina anche al femminile con alcune vere signore del vino. Ludovica Lusenti, Maria Pia Castelli, Cristiana Galasso e le donne “Pepe” spiccano su tutte. Ma ci sono anche le giovanissime che promettono bene come Mariapaola di Cato. “Oggi io non cerco l’ottimo – dice Ludovica – ossia quel vino che risponde a modelli preconfezionati. Sarebbe come togliere qualcosa agli aromi e ai sapori della mia terra. Oggi io lavoro le uve rispettandole. Voglio che il mio vino si ricordi e che dia l’emozione del viaggio, il viaggio nel mio mondo e nella vita della mia terra”. Così Ludovica è socievole e allegra come i suoi frizzanti naturali, tra i quali la Malvasia Emiliana fermentata in bottiglia con lieviti indigeni spicca per bevibilità e leggerezza non banale. Riesce a scardinare anche il mio pregiudizio verso il metodo charmat col Fiocco di rose, rosè secco frizzante 100% pinot nero. Ma Ludovica è anche sensuale e intensa come la sua Bonarda La Picciona, trionfo di confettura di frutti rossi e speziatura sottile o il Gutturnio superiore Cresta del Sole dove la barbera e la croatina danno il loro meglio.

Maria Pia è schietta, sorridente e mentre degusti con lei i suoi vini ti sembra quasi di stare in vigna con gli stivali di gomma e i pantaloni macchiati d’erba. Il Sangiovese in purezza dell’Orano vira piacevolmente dal frutto rosso, al tabacco, alle spezie, piacevole il 2010, maggiormente complesso il 2006. L’Erasmo Castelli, montepulciano affinato 24 mesi in barriques, ha note balsamiche e speziate pur conservando il frutto, equilibrato e persistente in bocca.

Emidio Pepe “è” il vino e le donne di casa portano avanti la tradizione della famiglia con la stessa caparbia lucidità del padre per Sofia e del nonno per Chiara. Trebbiano d’Abruzzo in grande evoluzione. Pecorino strutturato e tipico. La mini verticale di Montepulciano regala un 2010 rustico e pieno di promesse, da lasciare in cantina per anni, e un 2003 complesso, succoso, dal tannino preciso.

Cristiana Galasso, alla guida della sua azienda Feudo D’Ugni, attrae tutti con le sue gote rosso fuoco e sembra nata per coltivare il montepulciano. I vini sono ruspanti, c’è il carattere indomito del vitigno, una certa fierezza, seppure qualcosa da migliorare pensiamo ci sia.

In Abruzzo chi si è fatto custode del montepulciano di montagna è Praesidium. L’azienda di Prezza in provincia de L’Aquila è guidata oggi da Ottaviano Pasquale e dalla sorella Antonia. Qui è la zappa a far buono il vino. Il Cerasuolo, ottenuto con la tecnica del salasso, concilia la levità odorosa del gelso e del melograno con la vinosità piena e contadina. Il Montepulciano è profondo, complesso, succoso. Tutta la longevità del vitigno e il suo potenziale di invecchiamento emergono chiaramente in queste riserve. L’annata 2002 lascia senza parole.

C’è stato molto altro a Navelli, non solo vino, non solo buono e forse scriveremo presto un altro capitolo. O forse aspetteremo la quarta volta

Informazioni su La Fillossera ()
(Graziana + Giovanni) * Innesti di vino e cultura= La Fillossera. Degustazioni, racconti, viaggi, eventi.

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