Esistono ancora le lucciole? Rileggere Mario Soldati e Vino al Vino nella tappa in Abruzzo. Per Emidio Pepe.
Esistono ancora le lucciole?
Me lo sono chiesta il 28 luglio 2026, quando ho saputo che Emidio Pepe se n’era andato, a novantaquattro anni. Sono tornata a Vino al vino, a quelle pagine in cui Mario Soldati, nell’autunno del 1975, veniva accolto da Emidio e da sua moglie Rosa e descriveva un uomo che faceva vino «in maniera rigorosamente tradizionale e familiare».
Sessant’anni dopo, quel modo di fare vino non è cambiato molto, e il mondo intero è andato a cercarlo a Torano Nuovo. Ma la domanda resta, ed è forse la sola che conti davvero rileggendo Soldati oggi: l’Abruzzo che lui ha visto esiste ancora? E il vino può essere il modo per riaprire quelle pagine e ritrovare il suo sguardo?

Mario Soldati è una figura monumentale del Novecento. Istrionico nella sua capacità di muoversi con acume e leggerezza tra letteratura, giornalismo, televisione e cinema. Aldo Grasso lo definisce «il primo, grande media-man della cultura italiana».
Mario Soldati è considerato anche il primo giornalista enogastronomico, ma è forse l’etichetta che meno gli si addice. Lo spirito di Soldati è quello del viaggiatore curioso, del wanderer, permanentemente alla ricerca della gioia, mosso più da un desiderio istintuale, viscerale, che dalla sistematicità del reporter. La sua è una gioia carnale, che deriva dal genuino e non necessariamente dal bello. Il vino ne è il tramite per eccellenza perché è, insieme, materia e immaterialità, catalizzatore di incontri, amicizia e storie.
«Fra gli scrittori del Novecento italiano, Soldati è l’unico che abbia amato esprimere, costantemente e sempre, la gioia di vivere. Non il piacere di vivere, ma la gioia; il piacere di vivere è quello del turista che visita i luoghi del mondo assaporandone le piacevolezze e le offerte ma trascurandone o rifuggendone gli aspetti vili, o malati, o crudeli; la gioia di vivere non rifugge nulla e nessuno: contempla l’universo e lo esplora in ogni sua miseria e lo assolve.»
(Natalia Ginzburg)
Vino al vino è il compendio di questa ricerca della gioia. Non una guida, non un manuale sistematico: è più vicino a un romanzo che a un’inchiesta.
Sono tre i viaggi compiuti da Soldati attraverso l’Italia, in tre momenti diversi: 1968, 1970 e 1975. I primi due reportage vengono pubblicati su Grazia, l’ultimo su Epoca.
Già nel 1957 Soldati aveva realizzato il celebre reportage televisivo in dodici puntate Viaggio nella Valle del Po alla ricerca dei cibi genuini.
Sono anni particolari per l’Italia e per il mondo del vino. Contestualizzando le sue pagine nel momento storico in cui vengono scritte, molte affermazioni risultano ancora più comprensibili. Siamo nell’Italia del post-boom economico: il consumismo diventa uno stile di vita, l’applicazione delle tecnologie industriali alla produzione alimentare sembra l’unica strada possibile per essere competitivi sul mercato. L’artigianato, il mondo rurale e agricolo vengono progressivamente messi da parte; le campagne si spopolano mentre si cerca una vita migliore nelle città e nelle industrie.
Andarsene in giro per l’Italia alla ricerca dei vini genuini risponde allora al bisogno di ritrovare un’autenticità, un’arte del saper fare e del saper vivere che sembrano perdute. «Razionalmente pessimista, istintivamente ottimista», Soldati, a differenza del suo amato Pier Paolo Pasolini, è convinto che «le lucciole ci siano ancora», purché le si sappia cercare. È una convinzione che pesa il doppio se si pensa che quell’autunno del 1975 è lo stesso anno in cui Pasolini aveva certificato la scomparsa delle lucciole, pochi mesi prima di essere ucciso. Soldati arriva in Abruzzo mentre quel lutto è ancora tagliente, e sceglie ostinatamente di andarle a cercare. È la stessa scelta, e la stessa domanda, che mi porto dietro rileggendolo mezzo secolo dopo.
Ma c’è di più.
Premette Soldati che:
«Se volete trovarvi bene in Italia, dovete scoprirla per conto vostro, affidandovi alla vostra fortuna e al vostro istinto, perché una grande legge dell’Italia è proprio questa: che, da noi, tutto ciò che ha un titolo, un nome, una pubblicità, vale in ogni caso molto meno di tutto ciò che è ignoto, nascosto, individuale.»
Non per un mero anticonformismo, ma per una differenza culturale che, secondo lui, distingue gli italiani, ad esempio, dai francesi. Quella italiana è una «civiltà anarchica, scontrosa, ribelle». Da noi, «l’uomo di valore, come il vino prelibato, schiva ogni pubblicità: vuole essere scoperto e conosciuto in solitudine, o nella religiosa compagnia di pochi amici».
Una caratteristica che sembra descrivere sorprendentemente bene anche gli abruzzesi.
Mario Soldati in Abruzzo
Mario Soldati arriva in Abruzzo nell’autunno del 1975.
L’impatto con la regione non è semplice. Giunge a L’Aquila poco dopo pranzo, sotto una «pioggia battente», e il freddo accompagna le sue prime giornate.
Il suo contatto è Vittorio Janni, del quale Soldati non riesce a farsi un’idea precisa e che, a tratti, sembra non apprezzare particolarmente. Pensava di trovare un piccolo produttore appassionato; scopre invece un distributore di medie dimensioni che acquista il vino dai Baroni Cataldi Madonna e lo imbottiglia.

Nemmeno sul vino di Cataldi riesce inizialmente a formulare un giudizio definitivo, troppo influenzato dal contesto. Mesi dopo ricorre al suo inseparabile taccuino per chiarirsi le idee, ma fatica persino a interpretare i propri appunti. Riassaggiando il Montepulciano a distanza di tempo, lo definirà però «squisito».
Emidio Pepe e la moglie Rosa, «vestiti unisex», lo accolgono all’Hotel Michelangelo. All’epoca è un albergo modernissimo, una «mostruosità dell’architettura moderna», secondo Soldati, convinto — e la storia gli darà ragione — che la fortuna di chi vive in provincia saranno «quelle poche vecchie casette che ancora restano».
Emidio Pepe produce vino in maniera «rigorosamente tradizionale e familiare». Ha già intuito il potenziale d’invecchiamento dei suoi vini e, soprattutto, li vende a un prezzo altissimo per l’epoca: da mille a duemila lire a bottiglia. Nessuno, allora, lo capiva; il mondo gli darà ragione con cinquant’anni di ritardo.
Assaggiano il Trebbiano d’Abruzzo 1973 e il Montepulciano d’Abruzzo 1970, venduto a duemilacinquecento lire. Soldati elegge il Trebbiano «di Teramo il migliore bianco di tutti gli Abruzzi».

A Pescara incontra Carmine Festa e Domenico Tenaglia.
Festa, enologo e figura cardine del vino abruzzese, viene descritto così:
«Piccolo, biondo, ridente; non soltanto vivace, ma vitale. Gli devo molto. In pochi giorni siamo diventati amici.»
Il vino è tramite di amicizia. Anzi, come diceva Veronelli, bisogna riconoscere il vino stesso come un amico.
Soldati descrive sempre le persone che incontra, il loro modo di presentarsi, persino come sono vestite. Sono elementi tutt’altro che marginali: fanno parte della gioia e della comprensione del vino, influenzandone inevitabilmente la percezione e il piacere.
Ogni vino scoperto è un’occasione d’incontro e di riflessione.
Con le sue guide visita Miglianico e ritrova un vecchio amico, il giornalista Gaetano Petrosemolo. Con lui passeggia tra vigne che
«si distendono senza interruzione per quarantacinque ettari in pianura, serrate, frastagliate, screziate di verde, di giallo, di rosso, di viola; e sembrano raggiungere l’orizzonte, là dove s’innalza, visione bianca e azzurra, la Majella con tutta la sua neve!»
Una visione meravigliosa che suscita, in lui e in Petrosemolo, «considerazioni tristissime» per la sensazione di una perdita imminente di quel mondo rurale, autentico e tradizionale.
È il Cerasuolo del Cerreto a colpirlo più di ogni altro.
«Buono in qualsiasi occasione: fuori pasto e a pasto […] se una legge mi obbligasse ad acquistare un vino solo, candidato preferenziale sarebbe il Cerasuolo del Cerreto.»
È un’affermazione estrema che racconta bene il carattere di Soldati, la sua capacità di entusiasmarsi. O forse qualcosa di ancora più profondo: la curiosità e la partecipazione con cui si lasciava conquistare da un vino, soprattutto se sconosciuto e senza etichetta, così come sapeva indignarsi davanti a quelle che considerava le brutture della modernità.
In Abruzzo torna ad accalorarsi di fronte ai colossali cilindri di abbagliante biancore che, ai suoi occhi, «profanano» il paesaggio: le cantine sociali.
«Salteranno mai fuori le bustarelle che hanno percepito? Se proprio si dovevano fare, non era più pratico e meno costoso farle in pianura?»
Sarà Carmine Festa a fargli comprendere la necessità delle cantine sociali, soprattutto in un territorio privo di un’organizzazione capillare capace di tutelare i tanti piccoli viticoltori.
L’ultima tappa più significativa del Grand Tour abruzzese è Guardiagrele, dove trova «un’ospitalità generosa e umanissima».
Visita la tenuta Mezzanotte e resta abbagliato dalla bellezza di Maria Gabriella Mezzanotte, allora diciannovenne — diventerà poi la moglie di Nicola Santoleri —, «donna, mistero senza fine bello».
Incontra quindi un giovane Nicola Santoleri, studente ventisettenne che a Crognaleto si occupa dell’azienda di famiglia. Nei suoi vini trova equilibrio e vivacità.

Non mancano gli appunti gastronomici.
In Abruzzo Soldati scopre il miglior pesce dell’Adriatico al ristorante Guerino di Pescara, il vino cotto, le neole dolci o appena salate, le Sise delle Monache di Emo Lullo e le buie, budella di maiale ripiene.
Gli resta invece la curiosità di assaggiare il Peligno Bianco, segnalato dal giornalista Cyril Ray nel suo Il libro d’oro dei vini d’Italia, che Soldati porta sempre con sé insieme all’atlante automobilistico del Touring.
Probabilmente si trattava di un Trebbiano prodotto a Pratola Peligna.
Janni gli dice che il Peligno non esiste più. Poco dopo, il professor Santoro Colella, incontrato a cena da Guerino, sostiene invece che venga ancora prodotto.
Fatto sta che Soldati non riuscirà mai ad assaggiarlo e questo Peligno Bianco finirà per incarnare quel celebre «vino del desiderio che nessun vino vero potrà mai eguagliare».
Quella domanda me l’ero già posta due anni fa, molto prima che diventasse un lutto. Forse è stato proprio il Peligno mai bevuto di Soldati a mettermi l’idea in testa: il suo vino del desiderio non si può assaggiare, ma da abruzzese che nel vino ci lavora da molti anni mi ero detta che si poteva almeno provare a rispondere nell’unico modo che conosco: riattraversare tutto il suo Abruzzo calice dopo calice, e andare a vedere cosa fosse rimasto di quelle lucciole.
Era il primo dicembre 2024, all’Hotel Promenade di Montesilvano: una degustazione narrata dedicata a Mario Soldati in Abruzzo. Allora Emidio Pepe era ancora nella sua cantina di Torano Nuovo, a più di novant’anni, in mezzo alle sue vigne come aveva fatto per sessant’anni. Quella sera versai il suo Trebbiano senza sapere che di lì a poco quel nome, sull’etichetta, sarebbe diventato un congedo.
Avevo scelto sei vini per raccontare il viaggio:
- Metodo Classico Eredi Legonziano Millesimato 2014, dedicato a Carmine Festa, primo storico enologo della cantina, l’amico «vitale» conosciuto a Pescara.
- Trebbiano d’Abruzzo 2021 Emidio Pepe, erede diretto di quel Trebbiano che Soldati elesse «il migliore bianco di tutti gli Abruzzi».
- Trebbiano d’Abruzzo Crognaleto 2015 Santoleri, dal giovane Nicola in cui Soldati aveva trovato «equilibrio e vivacità».
- Cerasuolo d’Abruzzo Piè delle Vigne 2020 Cataldi Madonna, dalla stessa casa dei Baroni da cui Janni comprava il vino nel 1975, ma soprattutto la creatura di Luigi Cataldi Madonna, il “Professore”, che di quel rosa — guai a chiamarlo rosato — aveva fatto uno dei più grandi d’Italia. Se n’è andato nel dicembre del 2025; a Ofena, oggi, è la figlia Giulia a tenere accesa la vigna.
- Montepulciano d’Abruzzo Riserva Il Fondatore, Cantina Miglianico, omaggio a Don Vincenzo Pizzica, fondatore della cantina sociale citato da Soldati.
- Montepulciano d’Abruzzo Crognaleto Riserva 2004 Santoleri: sempre da Crognaleto, a chiudere l’arco del tempo, dal Nicola ventisettenne di allora al figlio Giovanni, nostro ospite della serata.
Accompagnammo la degustazione con alcuni prodotti tipici abruzzesi, tra cui le neole salate (fatte da mia nonna) e le Sise delle Monache della Pasticceria Emo Lullo di Guardiagrele.
Come scriveva Soldati:
«Un vino bisogna considerarlo come il volto di una fanciulla, come un cielo, un tramonto, un paesaggio, un’opera d’arte, come qualcosa, insomma, che vive e che fa parte della nostra vita.»
Quella sera del 2024 le lucciole c’erano ancora, e non sapevo di star bevendo la luce di uomini che di lì a poco se ne sarebbero andati. C’era il Trebbiano di Emidio Pepe, vinificato come quando Soldati lo assaggiò, nella stessa casa dove Rosa lo aveva accolto sotto la pioggia del 1975. E c’era il Cerasuolo di Luigi Cataldi Madonna, il rosa che aveva reso grande. Nel giro di pochi mesi se ne sono andati entrambi: il Professore nell’inverno del 2025, Emidio nell’estate del 2026. Eppure a Ofena c’è ancora Giulia, e a Torano Nuovo Rosa, le sue figlie e le nipoti: gli stessi vini fatti ancora con lo stesso spirito indomito
Forse è questa la sola risposta possibile alla domanda da cui sono partita: le lucciole si spengono, una ad una, e ogni volta è un lutto.
Ma finché qualcuno le cerca e le versa nel calice, non è ancora buio.
Lascia un commento