Il gusto di attraversare un luogo: Villa Corallo Relais e Ristorante Zunica 1880

A Villa Corallo, la cucina di Zunica 1880 racconta una visione in cui paesaggio, memoria e percezione diventano parte della stessa esperienza.

La prima volta che sono arrivata a Villa Corallo non è stato per pranzo.

Quel giorno non mi sono seduta a tavola.

Ho camminato.

ph. http://www.andreapiunti.it

Ho percorso i viali della tenuta, attraversato gli ambienti della villa, osservato le opere d’arte, ascoltato i racconti di chi questo luogo lo ha immaginato, restaurato e continua a custodirlo ogni giorno.

Qualche tempo dopo ho ricevuto l’invito per un pranzo riservato alla stampa e ai comunicatori.

Ed è stato allora che ho capito che il pranzo era cominciato durante quella prima visita.

Ci sono luoghi che non si comprendono entrando in una stanza. Si comprendono attraversandoli.

Villa Corallo è uno di questi.

La bellezza, qui, si deposita lentamente. Camminando lungo i viali della tenuta, entrando negli ambienti della villa, soffermandosi davanti a un’opera d’arte, scambiando qualche parola con chi quel luogo lo vive ogni giorno. È una bellezza che si lascia abitare, più che ammirare.

A poco a poco si smette di guardare una dimora storica e si comincia a percepire qualcosa di diverso.

Un organismo.

La residenza ne è il cuore visibile, ma il suo respiro arriva molto più lontano. Attraversa l’orto che segue il ritmo delle stagioni, gli uliveti, i pascoli, gli animali allevati nella tenuta. Si insinua nei saloni dedicati all’arte contemporanea, dove le opere non interrompono la storia del luogo ma sembrano proseguirla con un linguaggio diverso. Raggiunge il ristorante, dove tutto ciò che vive all’esterno continua il proprio racconto nel piatto.

Non esiste un protagonista. L’architettura non oscura la natura. La cucina non vive separata dalla terra che la circonda. Ogni parte sembra necessaria all’altra.

È questo che distingue Villa Corallo da molti luoghi belli. Qui la bellezza è la conseguenza di una visione che ha richiesto tempo, pazienza e una straordinaria capacità di immaginare ciò che quel luogo avrebbe potuto diventare.

Restaurare una dimora storica significa recuperare muri, affreschi, proporzioni. Restituirle un’anima è un’impresa diversa. Richiede che ogni scelta trovi un senso dentro un progetto più grande. È ciò che la famiglia Di Serafino ha costruito negli anni, scegliendo di recuperare una residenza di fine Ottocento invece di sostituirla: un luogo in cui ospitalità, agricoltura, cultura e ristorazione condividono la stessa radice, prima ancora di diventare un contenitore da riempire di esperienze.

È in questa prospettiva che l’arrivo di Zunica 1880, nel 2025, assume un significato particolare. Somiglia più a un innesto riuscito che all’inserimento di un ristorante all’interno del Relais. La storia di una famiglia che da generazioni interpreta l’ospitalità — presente nella Guida Michelin dal 1957 — incontra quella di un luogo rinato attraverso il rispetto della sua identità.

Daniele Zunica raccoglie quell’eredità senza limitarsi a custodirla: la accompagna in un contesto nuovo, dove ogni dettaglio dialoga con gli altri e nulla cerca una visibilità autonoma.

In pochi mesi, quell’incontro ha portato la Chiave Michelin per il relais, la Stella Michelin per il ristorante e l’ingresso di Villa Corallo tra i Relais & Châteaux, prima struttura abruzzese a farne parte. Ma i riconoscimenti spiegano soltanto una parte della storia.

Anche la cucina di Gianni Dezio si inserisce con naturalezza in questo equilibrio.

Ho sempre riconosciuto in lui una appassionata umiltà. Non scelgo a caso questa parola. La declino nella sua etimologia più autentica, quella che riconduce all’humus, alla terra fertile da cui tutto prende forma.

La stessa energia terrena che ho ritrovato nel paesaggio, nel progetto architettonico di Maria Rosita Di Serafino e nella accoglienza di Mascia Moretti.

Dalla cura dell’orto prima ancora che diventi ingrediente, dall’attenzione riservata agli animali, dal modo in cui ogni ambiente appare vissuto e mai semplicemente allestito, alla compostezza con cui tutto trova il proprio posto senza cercare di stupire emerge una dedizione autentica.


Il movimento del gusto e la memoria.

Il percorso, a tavola, si apre con una nocciolina.

O, almeno, con qualcosa che ne riproduce fedelmente la forma.

È appoggiata da sola al centro del piatto, quasi fosse un piccolo oggetto da contemplare prima ancora che da assaggiare. Accanto, un bicchierino con grasso di oliva prepara il palato al primo incontro.

La porto alla bocca aspettandomi una consistenza. Ne trovo un’altra.

È fredda, quasi un piccolo semifreddo. L’arachide arriva con un’intensità sorprendente, nitida, persistente. La temperatura ne modifica completamente la percezione, costringendo il cervello a ricomporre ciò che gli occhi avevano dato per scontato.

Non c’è alcun desiderio di stupire. C’è, piuttosto, la volontà di rallentare. Di interrompere quell’automatismo con cui riconosciamo un alimento ancora prima di averlo assaggiato.

Con il Guazzetto di granchio blu, gobbetti e propoli il cucchiaio incontra per prima la bisque. È intensa, avvolgente, iodata, ma non invade. La propoli introduce sfumature balsamiche, mentre una lieve nota piccante accompagna e sostiene la naturale tendenza dolce dei crostacei. Il risultato amplifica il sapore del mare senza renderlo mai aggressivo.

E accade qualcosa che nessuna tecnica può programmare…

Mio padre faceva finta di essere uno squalo.

Rideva con i suoi fratelli, perché erano ancora ragazzi.

Io costruivo castelli di sabbia e li abitavo con piccoli granchi raccolti sulla battigia.

L’acqua, al mattino, era limpida.

Gli ombrelloni erano pochi e gli adulti li portavano a spalla.

La sera, quel mare tornava nel piatto, insieme a tutto ciò che si era trovato tra gli scogli.

Per un istante, quel mare, è tornato intero.

È forse questa la forma più alta della cucina: restituire, attraverso un sapore, un tempo che credevamo perduto.

Il piatto resta davanti a me. Il ricordo, invece, continua il suo cammino.

Quando arriva il Rombo, funghi e alloro, il racconto cambia registro.

Una nuvola bianca. Le diverse consistenze del pesce giocano con la leggerezza, i funghi riconducono il mare alla terra con delicatezza. L’alloro non profuma il piatto: lo attraversa.

È un equilibrio difficile da spiegare, perché nasce dal modo in cui gli ingredienti riescono a stare insieme, più che dalla loro somma. Mi torna alla mente la sensazione provata durante la visita alla villa: l’impressione che ogni elemento fosse esattamente al proprio posto, senza bisogno di rivendicare attenzione.

Nessun ingrediente prevale, nessuno arretra. Ciascuno esiste perché l’altro possa esprimersi.

Gli Gnocchetti di alghe, cannolicchi e pinoli e l’Agnello steccato alla liquirizia con albicocche in conserva confermano una sensazione ormai evidente: ogni piatto appartiene allo stesso linguaggio.

È qui che ho percepito con maggiore chiarezza la padronanza tecnica di Gianni Dezio — precisione delle cotture, profondità dei sapori, equilibrio degli accostamenti — ma è una tecnica che non pretende mai di essere riconosciuta. Si lascia intuire nella pulizia dei sapori e nella capacità di costruire un percorso coerente dall’inizio alla fine.

Ogni portata sembra preparare quella successiva, come in un racconto ben costruito nessun capitolo vive davvero da solo, ma acquista significato in relazione a ciò che lo precede e a ciò che lo segue.

Quando arriva il dessert, Fragole, meringa e panna, succede qualcosa che non mi aspettavo.

Il primo cucchiaio ha il sapore di un gelato che, da bambina, costava cinquecento lire ed era il mio preferito. Non ricordavo più quel gusto. Credevo di averlo perduto insieme a molte estati della mia infanzia. Invece era rimasto lì, silenzioso, in attesa che qualcosa lo riportasse alla luce.

Ci sono ricordi che non riaffiorano attraverso le fotografie o le parole; aspettano un sapore.

L’ultimo gesto del pranzo è una oliva nera fra piccoli rami d’ulivo. Ancora una volta gli occhi credono di sapere che cosa stanno guardando. Solo assaggiandola si scopre un cioccolatino: un “dolce non dolce” in cui, di nuovo, sarà il gusto a raccontare una storia diversa da quella che avevamo immaginato.

Di nuovo un alimento familiare che invita a sospendere il giudizio. Con la consapevolezza che percepire richiede sempre un tempo diverso da quello necessario per riconoscere.

È un finale aperto, perché l’esperienza sensoriale ha una componente fisica che si nutre di movimento, come la mente, come la vita.


La prima volta sono arrivata a Villa Corallo senza sedermi a tavola.

Oggi penso che fosse inevitabile.

Perché c’è qualcosa che non inizia quando ci si accomoda e non finisce quando arriva il conto.

Si lascia attraversare lentamente, fino a quando ci si accorge che il gusto non appartiene più soltanto a ciò che abbiamo mangiato, ma al modo in cui abbiamo imparato a guardare.

E, forse, è proprio questo il segno più autentico di una grande esperienza: continuare a nutrirci molto tempo dopo l’ultimo assaggio.

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La Fillossera è Graziana Troisi. Sono l'autrice del blog e degli articoli.

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