Teobaldo Cappellano, il permesso di sognare e l’anarchia del vignaiolo

La storia della Cantina Cappellano inizia alla fine del 1800 con Filippo Cappellano che acquista 60 ettari di terreno a Serralunga, ma prende forma con i figli Giovanni, enologo, che ristruttura la cantina e Giuseppe che si laurea in farmacia, interessato inizialmente al settore industriale. È Giuseppe l’inventore del Barolo Chinato che, alla nascita, è un prodotto con finalità curative. Dopo la morte prematura del fratello Giovanni, Giuseppe prende le redini della Cantina.

Il Dottor Giuseppe Cappellano fa crescere molto l’azienda, acquisendo nuovi appezzamenti in zone vocate. Ha solide relazioni con la borghesia torinese, stipula accordi con la casa Gancia di Canelli che gli affida l’incarico di vinificare con il marchio Mirafiore, i “Vini Fini” dell’Albese e così fanno altre famose cantine piemontesi.

Giuseppe Cappellano muore nel 1955, lasciando ai nipoti (l’unica figlia era morta a causa della Spagnola) un cospicuo patrimonio fondiario. Le generazioni si succedono fino ad arrivare a Teobaldo Cappellano, il cui nome è entrato nell’empireo dei grandi produttori di Barolo. Teobaldo non nasce in Langa ma in Eritrea, patria di origine della madre, e dove il padre si era trasferito. Tornato a Serralunga, alla fine degli anni ’60, ristruttura completamente l’azienda di famiglia, riportandola ad una dimensione artigianale in un’ottica di sostenibilità ambientale.

Teobaldo Cappellano è stato un “purista” del Barolo, un’anima anarchica, intrinsecamente polemica, un Romantico.

Bisogna essere un po’ matti per voler trascorrere la vita a guardare il cielo


Il vino simbolo della filosofia di Teobaldo è il Barolo Piè Franco. Nella seconda metà degli anni Ottanta, Teobaldo mette a dimora nel vigneto Gabutti alcuni filari di Nebbiolo – Michet a piede franco; “un’evoluzione all’indietro”, alla ricerca di un Barolo “puro”.

Proprio nella retro-etichetta di questo vino troviamo quello che ancora oggi può essere considerato il manifesto del contadino libero o come direbbe Wendell Berry del “mad farmer”. Ma, soprattutto, la “Controetichetta” di Teobaldo Cappellano vuole invitare alla riflessione, perché “in un mondo in cui le persone non sono più abituate a pensare” i giudizi netti, sintetici e asettici, indipendentemente dal loro essere positivi o negativi, possono essere pericolosi.

È una rivendicazione di libertà non individuale ma collettiva, espressione di valori agrari, di una comunità che può riconoscersi nella fatica quotidiana, in un tempo scandito dai ritmi della natura e che rischia di frammentarsi e scomparire quando viene sopraffatta da etichette, premi, numeri, spesso espressione di una élite o di gruppi di interesse.

Il vino è un racconto troppo complesso, il frutto di un lavoro lungo, spesso precario, e nessun punteggio può descriverlo.

“Nel 1983 chiesi al giornalista Sheldon Wasserman di non pubblicare il punteggio dei miei vini. Così fece, ma non solo, sul libro Italian Nobile Wines scrisse che chiedevo di non far parte di classifiche ove il confronto, dagli ignavi reso dogma, è disaggregante termine numerico e non condivisa umana fatica. Non ho cambiato idea, interesso una fascia ristretta di amici-clienti, sono una piccola azienda agricola da 20 mila bottiglie l’anno, credo nella libera informazione, positiva o negativa essa sia. Penso alle mie colline come una plaga anarchica, senza inquisitori o opposte fazioni, interiormente ricca se stimolata da severi e attenti critici; lotto per un collettivo in grado d’esprimere ancor oggi solidarietà contadina a chi, da Madre Natura, non è stato premiato. E’ un sogno? Permettetemelo”.

Teoblado Cappellano

Teobaldo Cappellano è scomparso, a seguito di una malattia, nel 2009 a 65 anni. Il suo sogno continua attraverso il figlio Augusto che conserva la ricetta del migliore Barolo Chinato e l’anima dei Barolo di Serralunga.

“Bisogna essere un po’ matti per voler trascorrere la vita a guardare il cielo, mi ripeteva mio padre, alludendo alla preoccupazione relativa alle intemperie che segna la sorte di un contadino… effettivamente però questa frase sottintende giustamente una buona dose di romanticismo. Sono – purtroppo – un romantico come mio padre e – come mio padre – indubbiamente un po’ folle. La sua scomparsa è stata una perdita ed un dolore incredibile, per tutti noi e per la cantina. In pochi avrebbero scommesso sul fatto che ci sarebbe stato un futuro. Invece le notti insonni di chi ha perso qualcuno di irrecuperabile sono state la mia, la nostra, risorsa. Siamo rimasti in piedi e abbiamo cambiato tante cose. Abbiamo riportato ordine nel caos creativo di quel genio che era Baldo, abbiamo sistematizzato, ristrutturato, perfezionato. Credo, come lo credeva mio padre, che la discriminante siano il rispetto e la tutela della natura, dell’ambiente. Non scendo a compromessi se si tratta di interventi in vigna o in cantina e mi ritengo fortunato perché ho potuto accostare gli insegnamenti contadini alla conoscenza tecnica e scientifica delle pratiche colturali biologiche. Credo che tutto ciò non rappresenti un limite alla correttezza ed alla qualità organolettica: la mia sfida è condurre la natura, consentirle di esprimersi. Credo inoltre che la differenza la facciano sempre le persone, che siano le relazioni a dover essere coltivate e valorizzate. È un impegno, quello che devo alla mia felicità, alla memoria di mio padre e ai volti che mi sono accanto.” Augusto Cappellano

Informazioni su La Fillossera - Innesti di vino e cultura ()
Graziana Troisi e Giovanni Carullo sono gli autori degli articoli de La Fillossera.

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