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“Viva la Vite”: il vino, in fondo, è una cosa semplice

“Viva la Vite” è la prima fiera mercato di vini artigianali organizzata a Pescara, in Abruzzo. Mancava in zona un evento del genere e abbiamo scelto di partecipare, nonostante negli stessi giorni fossero molti gli eventi simili in altre zone d’Italia. Non ce ne siamo pentiti. La manifestazione, alla sua prima edizione, è stata organizzata molto bene e sicuramente nei prossimi anni aumenteranno le presenze sia di produttori che di pubblico.

Quello che è emerso dalle due giornate di fiera è un racconto a più voci, non solo vignaioli/produttori ma anche distributori/agenti, dalla struttura narrativa snella e ipertestuale dove il vino come “manufatto artigiano” è stato ricollocato nella sua naturale dimensione comunicativa e conviviale. Il vino che riesce a parlare un linguaggio semplice e immediato non è il vino banale ma quello che arriva dritto allo stomaco del degustatore. Il cervello, quello “vero”, è nello stomaco. Quando ci si innamora le farfalle stanno li, non nel petto o nella testa e, in generale, tutte le sensazioni più forti si concentrano nelle viscere. E, il vino è il prodotto “viscerale” per eccellenza. La natura non è asettica ed è in permanente fermento; sebbene i meccanismi alla base della sua logica non siano completamente comprensibili ai più, nelle sue manifestazioni essa risulta sempre e comunque accessibile. Fare vino è (anche) un atto di comprensione della natura come berlo è attraversare un ponte che ci permette di accedere ad essa. Quanto lungo sia il ponte e quante sovrastrutture ci siano montate su dipende, e da chi lo fa, e da chi lo beve.

L’Abruzzo è stato rappresentate da sedici cantine, nomi noti, come Pepe, Praesidium, Cirelli, Palusci, e “appena” meno noti (parlando solo in termini commerciali) come Ausonia, Podere Della Torre, Faraone, Gentile, Terraviva e Tenuta Arabona. Interessanti alcune realtà relativamente nuove come Rabottini e Abbazia di Propezzano e poi tre cantine condotte da giovani (ai miei occhi giovanissimi ma sono io che invecchio): Cingilia, Massetti Francesco e Nic Tartaglia. I ragazzi si faranno, per dirla con De Gregori.

In generale vini molto diversi tra loro, e questo è un gran ben(r)e. Differenze legate al vigneto (inteso come microcosmo) e alle scelte di vinificazione. C’è molta voglia di sperimentare in Abruzzo e desiderio di liberare il Montepulciano dal dominio del legno: acciaio, cemento, anfora sono le parole d’ordine del cambiamento e, finalmente, il tappo a vite non è più un tabù.

Come diceva Edoardo VII “Il vino non si beve soltanto, si annusa, si osserva, si gusta, si sorseggia e… se ne parla” e c’è a chi, a forza di parlarne, è venuta voglia anche di farlo. Così è stato per due “narratori” del vino: Pierluigi Cocchini e Alessandro Bocchetti. Il primo, agronomo, è stato protagonista della riscoperta della Tintillia molisana, il secondo ha scelto l’aglianico del Vulture in Basilicata. In entrambi i casi c’è la volontà di lasciar emergere il carattere del vitigno ma anche quella di raccontare territori un po’ in ombra e spesso dimenticati.

A proposito di “cose” dimenticate c’è un vitigno bastardo presente con nomi diversi un po’ in tutta Italia e che nell’area del Piceno prende il nome di Bordò, parola che non deriva dal francese ma, probabilmente, dalla locuzione sarda Sa vite burda, ossia la vite selvaggia, bastarda. Stiamo parlando del Grenache. È da pochi anni che il bordò nelle Marche viene imbottigliato, in particolare sono stati Marco Casolanetti (Oasi degli Angeli) Giovanni Vagnoni (Le Caniette) e Valter Mattoni ad adoperarsi nella produzione delle prime bottiglie. L’azienda Clara Marcelli, gestita dai fratelli Colletta e supportata dallo stesso Marco Casolanetti, partecipa al “progetto bordò” con l’Igt Marche Rosso Ruggine 2011. Vino di personalità con un sorso profondo e succoso e un naso interessante con note balsamiche, erbe aromatiche e tracce ematiche. La degustazione degli altri vini di questa cantina non ha deluso le aspettative, soprattutto con il K’un e il Piceno Superiore.

Una presenza significativa quella della Slovenia con tre produttori presenti. Maestri indiscussi della vinificazione in bianco: fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, macerazione sulle bucce (da poche ore e diversi mesi) e maturazione sui lieviti, affinamento in legno con fermentazione malolattica per alcune tipologie. I vini sono fini ed eleganti, bilanciati tra durezze e morbidezze, con una spiccata nota minerale e una piacevole ampiezza olfattiva. La Rebula (ribolla) è la sintesi perfetta di questo territorio e della tradizione di vinificazione. Il Lunar della cantina Movia è quello che resta più impresso per finezza e potenza gustativa. Macerazione e affinamento sulle bucce per 8 mesi circa, senza aggiunta di solforosa. Imbottigliamento per caduta durante la luna piena e un riposo minimo di 6 mesi in bottiglia. Nessuna chiarifica o filtrazione. La bottiglia deve essere tenuta in verticale per diversi giorni prima del servizio in modo da favorire la decantazione del fondo e poi scaraffata per eliminare il deposito. Un vino incredibilmente pulito al naso e in bocca, ricco di sfumature olfattive e con un corpo pieno e non pesante. Davvero piacevoli anche i vini “di concetto” di Guerila, a partire dal metodo classico non dosato di ribolla, zelen, pinela.

Il resto della fiera è stato tutto un andare e venire tra i banchi di  Les Caves de Pyrene, Meteri e Triple A. (E, si, ce ne sono tanti di vini che mi hanno colpito, magari arriverà anche la penna a scriverne, ma non oggi).

Per Viva la Vite buona la prima e aspettiamo con fiducia (e con sete) la seconda, sperando che si prosegua sulla strada della semplicità e della non omologazione, prediligendo, come è stato fatto in questa prima edizione, i vini che di fatto possono essere bevuti e acquistati, ovvero i vini che “esistono” e vivono nei calici e non soltanto sulle guide o nei caveau.

 

 

 

Informazioni su La Fillossera ()
(Graziana + Giovanni) * Innesti di vino e cultura= La Fillossera. Degustazioni, racconti, viaggi, eventi.

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